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Marocco: il governo di Othmani, un passo indietro per la democrazia?

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Dopo mesi di incertezza, finalmente il 5 aprile è stato annunciato in Marocco il nuovo governo di coalizione guidato dal parlamentare del PJD Saâdeddine Othmani. La decisione di re Mohammed VI di destituire il leader eletto Abdelilah Benkirane e le scelte di Othmani nella formazione dell’esecutivo hanno tuttavia scatenato forti critiche.

In seguito alle elezioni parlamentari tenutesi nell’ottobre 2016, il Parti de la Justice et du Développement (PJD) d’ispirazione islamista democratica, alla guida del paese già dal 2011, aveva nuovamente ottenuto la maggioranza con 125 seggi su 395. La vittoria non è piaciuta nella sale del Palazzo di Rabat, dal momento che il PJD, pur rimanendo fedele a un programma di riforme graduali e di moderazione, si propone come alternativa democratica inevitabilmente contrapposta al potere della monarchia. Le critiche che il PJD, e in particolare il leader Benkirane, ha sempre mosso al sistema politico marocchino gli hanno valso una certa popolarità presso l’opinione pubblica insieme all’inimicizia del re.

 

Dal momento che la Costituzione marocchina prevede una soglia di sbarramento del 3%, è più semplice per i partiti minoritari entrare in Parlamento, ma allo stesso tempo difficilmente il partito vincitore ottiene una maggioranza netta ed è quindi costretto a formare un governo di coalizione. A causa del rifiuto di Benkirane di piegarsi alle pressioni ricevute da parte del Makhzen (termine riferito al re e alla sua cerchia di notabili e militari), non è stato possibile per il primo ministro ottenere le alleanze necessarie per formare l’esecutivo. Circa un mese fa il sovrano è intervenuto destituendo Benkirane e affidando il compito di formare il governo al secondo in carica, il Segretario Generale del PJD Saâdeddine Othmani.

Nel discorso alla nazione del 15 marzo, in cui Mohammed VI ha annunciato il sollevamento di Benkirane dall’incarico di formare un nuovo governo, il sovrano ha sottolineato il proprio agire in ottemperanza delle regole costituzionali. Queste ultime gli permettono di scegliere come sostituto un qualsiasi membro del partito che ha ottenuto la maggioranza.

Tuttavia questa enfasi sul ruolo del sovrano progressista che si sottopone ai processi democratici è stata letta dall’opposizione in maniera completamente opposta. Del resto risulta difficile attribuire la rapidità con la quale Othmani, dopo mesi di immobilismo, è riuscito a formare un governo alle sue capacità personali. Il suo gabinetto, che conta 39 membri scelti tra sei dei dieci partiti che hanno preso parte alle elezioni, sembra il frutto non solo di un compromesso, ma di una vera e propria rinuncia del PJD alla maggioranza ottenuta favorendo invece invece i politici vicini al Makhzen.

 

Ali Anouzla di Al-Araby Al-Jadeed (giornale di proprietà della Fadaat Media con sede a Londra) lo definisce un governo nato in un contesto di «vendetta collettiva», interpretando la destituzione di Benkirane come una vera e propria punizione da parte della monarchi nei confronti di qualcuno che inizia ad essere un rivale scomodo. In particolare Anouzla sostiene che un ruolo chiave sia stato svolto da Aziz Akhannouch (imprenditore miliardario e politico, già Ministro dell’Agricoltura e amico del Re), leader di una coalizione di quattro partiti (Rassemblement national des indépendants, RNI) apertamente sostenuta dalla Corte Reale, il quale, grazie alla sostituzione di Benkirane con Othmani, è riuscito ad ottenere un totale di diciassette ministeri contro gli undici del PJD (pur essendo arrivato quarto alle elezioni del 2016).

Come sottolinea Limes, il RNI si sarebbe “accaparrato” due ministeri fondamentali (Giustizia e Gioventù) più altri tre di carattere economico (Economia, Agricoltura e Industria) contro Trasporti, Energia, Lavoro e Famiglia affidati ad esponenti del PJD.

Aïcha Akalay di Telquel Maroc (settimanale marocchino in lingua francese) critica l’operato del sovrano, trovando nell’interventismo del Palazzo la causa principale di quello che potremmo definire il “paradosso marocchino”: finché la monarchia sarà restia a delegare il potere e la classe politica rimarrà priva di autonomia e credibilità, il Marocco sarà bloccato in un limbo tra un’autocrazia che dipinge se stessa come progressista e una democrazia di facciata che non ha alcun potere reale.

La monarchia marocchina è un’istituzione antichissima, teologicamente legittimata dal fatto che gli Alawidi si fregiano del titolo di sceriffi (discendenti diretti del Profeta). Inoltre la presenza di un sovrano islamico è vista da molti come una garanzia contro la radicalizzazione estremista: in Marocco l’Islam politico è rappresentato soprattutto da partiti di ispirazione democratica, come il PJD, o addirittura da sostenitori di una transizione repubblicana in senso islamico. Del resto l’istituzione monarchica è legittimata anche dal fatto che, al contrario di quanto accadde in molti paesi arabi, durante il periodo coloniale il sultano Mohammed V decise di appoggiare i nazionalisti dell’Istiqlal (Indipendenza), ottenuta nel 1956.

L’attuale re Mohammed VI, succeduto al padre nel 1999, ha sempre presentato se stesso come un riformatore incline a dare spazio all’opposizione e fautore di una transizione verso il multipartitismo e la democrazia. Tuttavia le riforme sembrano essere più che altro provvedimenti “cosmetici”. Basta guardare alla reazione della monarchia alla Primavera Araba: una riforma costituzionale che ha calmato le acque, senza modificare profondamente l’assetto dello Stato.

Il paradosso della lotta per il potere in Marocco è rappresentato dalla polarizzazione tra un potere monarchico che oscilla tra riformismo di superficie e conservatorismo, ma che non è disposto a rinunciare alle proprie prerogative a favore delle istituzioni democratiche, e un’opposizione parlamentare che combatte per ottenere lo spazio politico che formalmente dovrebbe avere, ma che tuttavia fatica ad affermarsi in un contesto così oppressivo.

 

Alla luce di questa interpretazione il nuovo governo di Othmani, che sembra essere stato imposto dall’alto, costituisce sicuramente un passo indietro nella strada verso la democrazia.

Claudia Tatangelo

 

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